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Il Governo espone il disegno generale della riforma “La buona scuola” nell’autunno del 2014, aprendo una consultazione online. Il 27 marzo di quest’anno presenta il ddl alla Camera, scatenando una reazione durissima da parte delle associazioni di docenti, delle opposizioni, di una parte del PD. In maggio i sindacati indicono 3 giornate di sciopero, e il boicottaggio delle prove INVALSI. La Camera approva il testo, molto emendato, il 20 maggio. In giugno è proclamato il blocco degli scrutini, come non succedeva dalla fine degli anni ’80. Il 25 giugno, al Senato, la maggioranza pone la questione di fiducia su un maxiemendamento che recepisce alcune delle critiche. Il ddl torna alla Camera il 7 luglio, per il voto finale.

Sul fatto che la scuola abbia necessità di una riforma, tutti sono d’accordo (a parole); si condanna però la fretta del Governo. In otto mesi la discussione non ha fatto passi in avanti; la richiesta era, in realtà, soltanto una: lo stralcio delle assunzioni e il ritiro del ddl. Nelle pubbliche assemblee indette dal PD la protesta ha sfiorato in molti casi lo scontro fisico, e ha impedito quasi sempre gli interventi di chi parlava in favore della riforma. Data la scarsa disponibilità al dialogo è lecito immaginare che, per arrivare a unalegge condivisa, non sarebbe bastata la legislatura. Le Camerel’avrebbero, periodicamente, messa in calendario. Ballarò avrebbe invitato il responsabile scuola di questo o quel partito e un ex ministra dell’Istruzione; Corriere e Repubblica avrebbero dedicato una pagina a metà settembre. La felicità di chi rimpiange i bei tempi delle assemblee liceali sarebbe stata completa, e la scuola avrebbe continuato a guardare il mondo che si allontana velocissimo.

La legislazione scolastica è roba da addetti ai lavori. Prima, seconda o terza fascia, classi di concorso, GAE, SSIS, TFA, fannogettare la spugna perfino ai perversi della burocrazia. Però chiunque deve formarsi un’opinione sulla riforma della scuola, perché la scuola riguarda tutti. In nome del fatto che soltanto i docenti e i dirigenti si raccapezzano in questa giungla normativa, si sostiene che abbiano il diritto esclusivo di decidere sulla scuola.Seguendo lo stesso principio, sulla giustizia dovrebbero decideresolo i magistrati, e sull’ordine pubblico i poliziotti.Un’organizzazione sociale così fatta ha precedenti storici infelici, e un nome preciso: corporativismo.

Le destre sono nemiche di questa riforma. La destra illiberale che cerca di trarre vantaggi elettorali dalla difesa di interessi corporativi, ma ha tagliato alla scuola – con le ministre Moratti e Gelmini – circa 100mila posti di lavoro e una decina di miliardi di euro. La destra eversiva che, dopo aver additato gli insegnanti come fannulloni, improvvisamente si erge a paladina dei loro diritti. Non è urgente rispondere alle critiche pretestuose delle destre, ma al popolo della sinistra.

Si può decostruire la tesi che taccia la riforma di essere di destra eantidemocratica, a patto che si sia disposti a dedicare più attenzione al concreto dei risultati, e meno ai simboli. Da quando la sinistra esiste, si propone come obiettivo la difesa degli interessi dei più deboli. I dati aiutano a stabilire chi è il soggetto debole nella scuola italiana. E, per quanto ci interessa più da vicino, nella scuola sarda.

In Italia ogni docente ha, in media, 11 alunni, la media europea è 13. In Sardegna ogni docente ha, in media, meno di 10 alunni. Da noi gli studenti hanno quindi una maggiore disponibilità di risorse umane procapite, ma questo non si traduce in una maggiore qualità della scuola. La percentuale di giovani che abbandonano gli studi prima della conclusione in Italia è 17%, il target europeo è il 10%. In Sardegna sfiora il 26%. I giovani sardi fra i 18 e i 24 anni  che non conseguono un diploma sono il 32,6%, record assoluto in Italia. E’ una percentuale tripla di quella stabilita come obiettivo negli accordi di Lisbona. La percentuale di studenti ripetenti è 7,1 in Italia, 12,8 in Sardegna. Le rilevazioni INVALSI per i quindicenni misurano la comprensione del testo scritto e le competenze matematiche, e mostrano un gap mostruoso, fra le regioni del Nord e quelle meridionali, Sardegna inclusa. Ad esempio rivelano che il 36% dei quindicenni sardi non è in grado di comprendere un testo scritto in Italiano. E l’Italia, nelle rilevazioni OCSE (che misurano le stesse competenze dell’INVALSI), è sotto la media europea. C’è chi accantona il problema disconoscendo il valore docimologico delle prove INVALSI. Ma le ricerche sociologiche mostrano che il basso capitale culturale, e la marginalità sociale della famiglia di origine, incidono in misura significativa sull’abbandono scolastico. I soggetti deboli della scuola, quelli che la sinistra è chiamata a  difendere, sono i figli delle classi disagiate. Chi critica la riforma da sinistra dovrebbeporsi il problema di tutelarli.

“La buona scuola” si ispira (piuttosto timidamente, dopo le modifiche apportate in Parlamento) a modelli continentali e anglosassoni. Per il ruolo del preside nel reclutamento degliinsegnanti, per la valutazione dei dirigenti e la valorizzazione del merito dei docenti, per la possibilità di finanziamento privato. E’quindi, per dirla con parole antiche, organica al sistema di produzione. Ma noi, che viviamo “nel ventre della bestia”, possiamo rinunciare a un’istruzione che favorisca l’inserimento lavorativo dei ragazzi? Sulla carta una parte della nostra scuola secondaria è già job-oriented: gli Istituti Professionali e quelli Tecnici. Ma in molti casi si tratta solo di buone intenzioni: la scuola italiana ha un enorme deficit di controllo dei processi di insegnamento/apprendimento. Certo, abbondano le scuole che usano metodi innovativi, dove si controlla la qualità e ci si mette in gioco. Ma questo sistema di buone pratiche non è generalizzato né standardizzato, e determina diseguaglianze intollerabili. Troppo spesso le scuole dei quartieri degradati nelle grandi città (più frequentemente nel meridione) e le piccole scuole di provincia, sono costrette a confidare nello spirito missionario dei docenti.Troppe famiglie culturalmente deprivate subiscono scuole mediocri, incapaci di rinnovarsi. Troppo spesso la scuola rinuncia al proprio compito di promozione sociale. Di fronte alle sfide più ardue capita che si deresponsabilizzi, che si auto-assolva, invocando la mancanza di fondi, il background socio-culturale, e compagnia bella. Se la responsabilità è “del sistema scuola” nel suo insieme, e mai dell’individuo, non è responsabilità di nessuno. E in qualche caso si rinuncia a valutare le competenze degli studenti, per timore di valutare il proprio lavoro, generando una spirale del tipo: ti offro una formazione non adeguata/mi rassegno al fatto che tu non sia competente/mi assolvo per non averti aiutato a raggiungere gli obiettivi che la scuola si prefigge. Questa è la condizione di una parte non trascurabile della scuola italiana. Perciò non si parli di difesa della democrazia: la scuola pubblica italiana non è democratica, è classista. Solo chi può permettersi di scegliere la scuola migliore assicura ai propri figli un reale diritto allo studio, e questa situazione è bene illustrata dalla scarsa mobilità sociale del nostro paese. Il tanto invocato diritto allo studio troverà la sua concretizzazione il giorno in cui i ragazzi calabresi e quelli lombardi, i figli degli operai e i figli dei notai avranno la stessa formazione iniziale.

Per assicurarlo la scuola deve avere un sistema nazionale e strutturato di valutazione delle competenze in uscita. In Italia questo compito è affidato al tanto vituperato Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema dell’Istruzione, INVALSI. Le famigerate e boicottate prove INVALSI fanno riferimento agli obiettivi dell’OCSE e del Trattato di Lisbona. Non c’è solo l’equità, a raccomandare la standardizzazione: i trattati internazionali, che prevedono il riconoscimento reciproco dei titoli di studio, impongono l’uniformità degli obiettivi e delle competenze da raggiungere. Rifiutare un sistema standardizzato di valutazione delle competenze non solo provoca una disomogeneità sul territorio nazionale, a scapito di chi è già svantaggiato, ma limita la libera circolazione dei nostri ragazzi in Europa.

“La buona scuola” non è una riforma perfetta. Forse è il meno peggio che i nostri legislatori potessero produrre in questo momento. Ma è un grosso passo in avanti, perché incentiva l’aggiornamento, introduce la valorizzazione del merito, incoraggia i docenti a mettersi in gioco. Obbliga i dirigenti a preoccuparsi della qualità della scuola, perché da questa dipenderà una parte sostanziosa dei loro emolumenti. Obbliga la scuola italiana nel suo insieme (e in parte ha già raggiunto l’obiettivo) a ripensare metodi e strategie per adeguarsi al mondo.

Alessandra Murgia

Presidente Assemblea Provinciale PD Carbonia Iglesias

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